
Distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è: è la sfida – dalle gravi implicazioni giuridiche – lanciata dalle deepfake app.
Deepfake: cos’è
Il deepfake consiste nella manipolazione di immagini e registrazioni audio e/o video tramite l’uso dell’intelligenza artificiale, disciplina che mira a simulare il funzionamento del cervello umano. La tecnica prevede la combinazione e sovrapposizione di elementi autentici con altri artefatti. I deepfake sono, per estensione, i prodotti di questa tecnica.
Il neologismo deriva dalla fusione di:
- deep learning, sottoinsieme del machine learning (branca dell’AI) che si occupa dello sviluppo di algoritmi e modelli che consentono ai computer di apprendere dai dati input e output e migliorare la loro performance nel tempo;
- fake, che in inglese significa falso.
Deepfake app: cosa sono
Le deepfake app, dunque, sono applicazioni – tipi specifici di software progettati per essere eseguiti su dispositivi come smartphone, tablet, smart TV, smartwatch ecc., e rese disponibili attraverso piattaforme di distribuzione come Google Play Store per Android e App Store per iOS – in grado di generare foto, video e voci fasulli ma realisticamente credibili.
In senso più ampio, sono deepfake software o deepfake AI quei programmi informatici che su un computer o su altri device elettronici creano, tramite apprendimento automatico, contenuti audiovisivi falsificati.
Deepfake app: i rischi
Il deepfake può avere implicazioni giuridiche significative. La creazione e propagazione di contenuti contraffatti può essere sfruttata come tecnica o strumento per la commissione di illeciti, primo tra tutti il furto d’identità. È un reato che consiste nell’appropriazione e alterazione abusiva dell’immagine e/o della voce altrui così da:
- farle apparire in contesti o condizioni compromettenti (ne sono un esempio i deepnude, i finti nudi);
- far loro compiere gesti o dichiarazioni equivoche o lesive.
Da qui discendono i casi di:
- revenge porn, pratica criminale che implica la condivisione non consensuale di materiale sessualmente esplicito, d’origine fittizia ma potenzialmente convincente, che ha come protagonista una persona reale;
- cyberbullismo, condotta che vede la divulgazione, tramite internet, di file artificialmente alterati allo scopo di denigrare e così causare danni emotivi e psicologici;
- diffamazione, delitto finalizzato a compromettere la reputazione di persone, personaggi pubblici o organizzazioni tramite la diffusione di prodotti audiovisivi rimaneggiati;
- estorsione, reato commesso da chi costringe la vittima, con la minaccia di diffondere file pregiudizievoli creati ad hoc, a fare qualcosa contro la sua volontà (come pagare una somma di denaro);
- phishing, attacco informatico, a opera dei cyber criminali, che mira a ingannare le persone al fine di ottenere informazioni sensibili, come nomi utente, password, numeri di carte di credito o altre informazioni personali o finanziarie; normalmente viene messo in atto tramite finti messaggi di testo (sms, e-mail) ma il deepfake l’ha reso possibile utilizzando anche altri prodotti di comunicazione (audio, video e foto) anch’essi finti ma che sembrano provenire da una fonte affidabile e legittima.
Deepfake: come riconoscerli e tutelarsi
La Commissione Europea ha provveduto a realizzare una forma di tutela contro le fake news e il crescente utilizzo dei deepfake: si tratta del Digital Service Act (DSA), la legge sui servizi digitali approvata nel 2022.
Ad ogni modo, è l’alfabetizzazione digitale il primo strumento di difesa, perché rendersi informati e consapevoli offre la possibilità di affrontare i rischi.
Per identificare un deepfake, dunque, è importante:
- fare un’analisi visiva di foto e video sospetti, per individuare pixellature, illuminazioni contrastanti tra soggetti e luoghi, discrepanze nella forma o nei movimenti di labbra, pupille e palpebre, ecc.;
- fare un’analisi del suono della registrazione audio sospetta, alla ricerca di anomalie nella voce (intonazione, pronuncia), nei rumori di fondo che possano indicare manomissioni;
- verificare le fonti, ossia i mezzi di produzione e i canali di distribuzione dei contenuti, per appurarne l’affidabilità.
Per questi tre riscontri potrebbe essere utile ricorrere a esperti forensi per una perizia fonica o una video perizia.